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Spesometro: un miliardo di Euro a carico della collettività, 1.600 Euro a carico di ogni studio

Uno spesometro da un miliardo – Lo spesometro 2017 è costato agli operatori circa un miliardo di euro. E’ questo l’onere che il nuovo adempimento Iva ha imposto alle imprese ed ai contribuenti italiani. L’importo è frutto di una stima condotta su un campione rappresentativo di imprese realizzata da Associazione nazionale dei commercialisti (Anc) e Confimi Industria, presentato nel corso dei lavori del XIV convegno nazionale dell’Anc, tenutosi ieri a Pisa. Francesco Zuech, responsabile di Confimi Industria, ha illustrato i risulti del sondaggio (L’articolo completo su ItaliaOggi del 02/12/2017)

Spesometro pagato dai commercialisti – Sondaggio del Consiglio nazionale presso i propri iscritti. 1600 euro la cifra che ci ha rimesso ogni studio. Il 34% di essi non ha potuto fatturare il lavoro svolto. Miani: “Costretti ad accollarci i costi di un adempimento inutilmente complesso”.Lo spesometro ha comportato per gli studi dei commercialisti una perdita netta complessiva di 113 milioni di euro. Una cifra che divisa per i quasi 70mila studi professionali della categoria presenti sul territorio nazionale equivale a circa 1.600 euro a studio. Sono i principali risultati di un sondaggio condotto dal Consiglio Nazionale della categoria per il tramite della sua Fondazione Nazionale, al quale hanno risposto settemila studi (L’articolo completo su ItaliaOggi del 08/12/2017)

Comunicazione della vendita dell’appartamento all’amministratore di condominio

Il condomino può dare notizia all’amministratore di condominio dell’avvenuto trasferimento di un diritto, come nel caso della compravendita di un’unità immobiliare, oltre che tramite la trasmissione della copia autentica dell’atto di cessione, anche mediante la “dichiarazione di avvenuta stipula” rilasciata dal notaio rogante, purché essa risulti provvista di tutte le indicazioni utili all’amministratore ai fini della tenuta del registro dell’anagrafe condominiale.
Così si è espresso il Garante, dopo aver consultato anche il Consiglio Nazionale del Notariato, in merito ad una quesito proposto da un cittadino, fornendo in tal modo un’interpretazione in ordine alla corretta applicazione delle norme introdotte dalla Riforma del Condominio. Il condomino sarà pertanto legittimato a chiedere al notaio rogante tale dichiarazione.

Violazione dei dati ed effetti sulla privacy

Con il nuovo regolamento europeo sulla privacy, che entrerà in vigore dal 25.05.2018, imprese e studi professionali dovranno comunicare al Garante delle Privacy, entro 72 ore, lo smarrimento dei fascicoli virtuali dello studio o dello smartphone con la rubrica dei clienti, ma anche la violazione del sistema informatico da parte di “ransomware” (ossia programmi che richiedono un riscatto per lo sblocco del sistema).

Accertamenti fiscali ed effetto deterrenza

L’appendice della Relazione 2017 sull’economia e sull’evasione fiscale e contributiva redatta dal Ministero dell’Economia riporta alcune indicazioni derivanti da analisi effettuate su campioni significativi di contribuenti sottoposti a verifica fiscale. In particolare, si è osservato l’incremento delle basi imponibili dichiarate da parte dei soggetti che hanno ricevuto una verifica o un controllo fiscale, negli anni successivi all’accertamento. Inoltre, l’aumento del numero dei controlli su un certo territorio o categoria di contribuenti, determina un incremento delle basi imponibili anche da parte dei soggetti non accertati, al fine di scongiurare un controllo.

Normativa antiriciclaggio per professionisti

I professionisti, con la nuova normativa antiriciclaggio D.Lgs. n. 90/2017, devono effettuare alcuni adempimenti, per non incorrere in sanzioni, tra cui l’adeguata verifica della clientela, la conservazione dei dati e la segnalazione di operazioni sospette. Rispetto alla precedente normativa è stato cancellato l’obbligo di tenuta del registro dei clienti. Il processo di verifica della clientela è inteso come identificazione del cliente, dell’eventuale esecutore e dell’eventuale titolare effettivo; in particolare, è necessario verificarne l’identità, acquisire informazioni sullo scopo e sulla natura del rapporto continuativo o prestazione professionale. Le nuove norme, inoltre, introducono per il professionista la verifica su mezzi di pagamento, beni o utilità di valore superiori a 1.000 euro (in precedenza era la soglia era 15.000 euro).

Mancata iscrizione al registro Vies e accertamento

L’iscrizione al registro Vies è un requisito meramente formale, non indicato dalla direttiva comunitaria Iva 112/Ce; pertanto, la mancata iscrizione non è un ostacolo per l’applicazione del regime di non imponibilità, tranne nei casi di frode. Questo è quanto affermato dalla Commissione tributaria regionale del Piemonte, con la sentenza n. 1077/6/2017. Più in particolare, ad una società italiana (non iscritta al Vies) era stata contestata l’illegittima applicazione del regime di non imponibilità Iva su alcune cessioni di beni nei confronti di clienti intracomunitari, con richiesta della maggiore Iva su operazioni attive che – proprio in ragione della mancata iscrizione nel registro – sarebbero da considerare “nazionali” (cioè soggette a Iva) e non “intracomunitarie”.

Confisca di prevenzione all’evasore, la Cassazione smentisce la Cassazione

La Cassazione, con sentenza 8.11.2017 n. 51059, ha affermato che la confisca di prevenzione non può essere applicata sui beni dell’evasore fiscale. In realtà la materia diventa ora incerta; infatti, la recente sentenza della Cassazione n. 50437/2017 si era mossa in direzione opposta, affermando che la confisca di prevenzione deve essere applicata anche sui beni dell’imprenditore, anche se l’acquisto di immobili deriva solo da una prolungata elusione fiscale.

È responsabile il cliente se il commercialista non versa le imposte

Responsabilità in capo al contribuente, per l’omessa presentazione della dichiarazione dei redditi e del conseguente mancato versamento delle imposte, anche qualora lo stesso abbia provveduto ad inoltrare denuncia penale nei confronti del professionista, a meno che non provi di aver fornito la “provvista” per il pagamento delle imposte e di aver vigilato sull’adempimento affidato al consulente.  Questo, in sintesi, quanto sostenuto dalla Cassazione nella recente ordinanza n. 24535/2017.

Con processo verbale di constatazione, la Guardia di Finanza (GdF) dava atto di una verifica a carico di una S.n.c. presso la sede del consulente depositario delle scritture contabili. La GdF riscontrava la omessa presentazione delle dichiarazioni dei redditi della società per gli anni 1999-2003, per cui l’Agenzia delle Entrate notificava alla stessa ed ai soci avvisi di accertamento per gli anni 2002 e 2003 determinando il reddito ritenuto appropriato ed irrogando le sanzioni. La società ed i soci ricorrevano alla C.T.P. e poi alla C.T.R., la quale, con sentenza, rideterminava il maggior reddito oggetto di accertamento (in diminuzione rispetto a quanto evidenziato nell’avviso), ma confermava l’applicazione delle sanzioni al minimo.

Contro tale sentenza la società ha proposto ricorso in Cassazione adducendo quale unico motivo la violazione e falsa applicazione dell’articolo 1 della L. 423/1995 e dell’articolo 6 del D.Lgs. 472/1997. Questi sosteneva che la responsabilità per l’omessa dichiarazione fosse addebitabile esclusivamente al consulente che seguiva la società per le pratiche fiscali, il quale è stato oggetto anche di denuncia penale per truffa ed, in sede civile, di richiesta di risarcimento danni.

Tuttavia, contrariamente alla tesi sostenuta dal ricorrente, i giudici di legittimità hanno ritenuto infondato il motivo di ricorso proposto in quanto le due cause di non punibilità invocate per sostenere la non applicabilità delle sanzioni non possono operare, mancando i relativi presupposti.

In primo luogo, non è applicabile al caso di specie – secondo i giudici – l’articolo 1 della L. 423/1995 il cui primo comma stabilisce che è sospesa la riscossione delle pene pecuniarie previste dalle leggi d’imposta in caso di omesso, ritardato o insufficiente versamento nei confronti del contribuente, qualora la violazione consegua “alla condotta illecita, penalmente rilevante, di dottori commercialisti, ragionieri, consulenti del lavoro, avvocati, notai e altri professionisti, iscritti nei rispettivi albi, in dipendenza del loro mandato professionale”. Il secondo comma della stessa disposizione prosegue precisando che la sospensione opera “(…) sempre che il contribuente dimostri di aver provvisto il professionista delle somme necessarie al versamento omesso, ritardato o insufficiente”.

Sul punto, la Cassazione ha precisato che “nulla osta … a che anche in sede contenziosa la non punibilità del contribuente possa essere dimostrata attraverso la prova che il pagamento del tributo non è stato eseguito per fatto addebitabile esclusivamente al professionista e denunciato all’autorità giudiziaria, indipendentemente dalla ricorrenza delle ulteriori condizioni procedurali previste (istanza del contribuente con allegazione della denuncia del reato all’autorità giudiziaria) e la sua commutazione in capo al professionista responsabile della violazione … (Sez. V, n. 26850 del 2007)”.

Tuttavia, la stessa Cassazione – richiamando la sentenza n. 14026/2009 – prosegue affermando che la prova della sussistenza delle condizioni che escludono la punibilità anche in sede contenziosa (e, quindi, del fatto illecito del professionista) richiede che “sussistano le condizioni della qualifica soggettiva del terzo responsabile indicata dalla legge n. 423 del 1995 e che il contribuente abbia comunque fornito la provvista per il pagamento di quanto dovuto all’Erario“.

In altri termini, ai fini della operatività della causa di non punibilità in una fase diversa da quella della riscossione, è necessario che sussistano i presupposti dalla norma tra cui, in particolare, la prova che il contribuente avesse fornito la provvista al professionista.

Dello stesso avviso la C.T.R. la quale, con valutazione di fatto insindacabile in sede di legittimità, ha escluso che, nel caso di specie, il contribuente abbia messo il professionista nella condizione di provvedere all’adempimento, fornendogli la “provvista” per il pagamento.

Ad avviso della Corte, nel caso in esame, non si ravvisano neppure i presupposti per l’applicabilità della causa di non punibilità di cui all’articolo 6 del D.Lgs. 472/1997, secondo cui il contribuente non è punibile quando dimostra che il pagamento del tributo “non è stato eseguito per fatto denunciato all’autorità giudiziaria e addebitabile esclusivamente a terzi”.

In relazione ai casi di omesso pagamento del tributo da omessa dichiarazione, quale quello che ricorre nel caso di specie, la Cassazione, richiamando il proprio costante orientamento, osserva che:

  • il contribuente non assolve agli obblighi tributari con il “mero” affidamento ad un commercialista del mandato a trasmettere in via telematica la dichiarazione alla competente Agenzia delle Entrate, essendo tenuto a “vigilare” affinché tale mandato sia puntualmente adempiuto, sicché la sua responsabilità è esclusa solo in caso di comportamento fraudolento del professionista, finalizzato a mascherare il proprio inadempimento (Cassazione, ordinanza 11832/2016);
  • la prova dell’assenza di colpa, grava sul contribuente, il quale risponde per l’omessa presentazione della dichiarazione dei redditi da parte del professionista incaricato della relativa trasmissione telematica ove “non” dimostri di aver vigilato su quest’ultimo (Cassazione, sentenza n. 6930/2017).

Anche questo principio, pertanto, ha escluso che la violazione potesse ritenersi attribuibile “esclusivamente” al commercialista, essendovi spazio per ravvisare una “culpa in vigilando” da parte del contribuente. Viene così respinto il ricorso del contribuente sul quale resta la responsabilità della omessa presentazione della dichiarazione e del conseguente mancato versamento delle imposte dovute.

(in Euroconference, Raffaele Pellino, 18.11.2017)

Rimborso della Tari

A seguito dell’aumento del tributo sui rifiuti nei Comuni, per effetto dell’errata applicazione della quota variabile, è possibile richiedere il rimborso della quota non dovuta sulle pertinenze senza utilizzare alcun modulo prestabilito. Infatti, è sufficiente proporre un’istanza in forma libera che contenga tutti i dati necessari a far comprendere l’importo pagato e l’importo che si chiede a rimborso, con le relative motivazioni. E’ possibile presentare un’unica istanza per tutte le annualità interessate.

Ricalcolo previsionale (rischioso) del 2° acconto

Le modifiche introdotte nel corso del 2017, e prossimamente dal disegno di legge di Bilancio 2018, mettono i contribuenti nella condizione di dover ricalcolare gli acconti di Irpef, Ires e Irap in modo previsionale. Tale metodo comporta la simulazione del risultato fiscale di periodo e sulle imposte stimate su tale reddito per determinare l’acconto. Tra le novità da considerare in fase di calcolo del secondo acconto: si segnalano le seguenti:

  • agevolazioni per investimenti in tecnologia “4.0” con deduzione del 250%;
  • riduzione dell’aliquota Ires dal 27,5% al 24%;
  • trasformazione in costo dal 1.01.2017 di tutto il carico delle rimanenze finali al 31.12.2016 per le piccole imprese;
  • ridimensionamento del rendimento nozionale Ace nel 2017 dal 4,75% al 1,6%;
  • il rinvio dell’entrata in vigore dell’Iri al 2018.

In caso di errore di previsione si può successivamente procedere con la regolarizzazione spontanea dell’omesso o dell’insufficiente versamento. Tale regolarizzazione non potrà essere rateizzata, ma è possibile ravvedere solo una frazione dell’acconto con interessi e sanzioni proporzionali. In sintesi è possibile pagare le sanzioni al 30% dell’importo non versato – o versato in ritardo – riducibile al 15% se pagato entro 90 giorni o a 1/15 per ogni giorno di ritardo se pagato entro 15 giorni.

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